29100.it – Codice di avviamento sonoro


Klaxsons – “Myths of the near future”
12 Maggio 2007, 23:28
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I klaxons, nuovo ruvido trio londinese in questo album d’esordio porta con sè una ventata di aria nuova, propone infatti idee di interculturalità tra generi decisamente innovative e per questo un’ottimo trampolino di lancio 
per susseguire la loro cariera in modo entusiasmante.
Il loro singolo di esordio “Atlantis to Interzone” ti cattura in un vortice acido pronto a trasportarti nei migliori ambienti rave del momento. Decisamente interessante e a tratti ipnotico, questo singolo incarna perfettamente l’ideale della nuova voce giovanile che si sta risvegliando in europa.
Il loro approccio electroclash risfocia in ampia parte su “Totem on the timeline”e nella traccia “Forgotten Works” dove l’assonanza dei cori, uno dei tratti caratterizzanti di questo team, risulta decisamente convincente,ottimo caronte e, fido compare per la scoperta di questa nuova realtà che l’ascoltatore si trova ad apprezzare; a volte spaesato tra il 
minimalismo, il grime e gli influssi post-punk presenti in questo disco, punta di un iceberg in piena evulozione.
Da notare la capacità del gruppo nel riuscire ad abbandonare ritmiche più ostiche per  raggiungere una differente sensibilità. All’interno delle tracce “golden Skans” e “It’s not over yet”, ne troviamo un ottimo esempio tanto da considerarle punte di diamante di “Mynths of the near future”. Titolo deliberatamente tratto dal omonima raccolta di racconti di JG ballard. Grande scrittore di Fantascienza a cui si ispira inoltre l’antefatto della loro storia,e la loro sfida musicale riassunti nella traccia “fours horsemen of 2012″, inno finale dell’album. Buon ascolto.

Efesia


Giardini di Mirò – “Dividing Opinions”
12 Maggio 2007, 23:23
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Iniziamo la nuova stagione 29100 con la riapertura delle recensioni degli album e demo vari.
Per la prima volta su 29100 L’album Dividing Opinions dei Giardini di Miro verra analizzato con due recensioni in quanto il cd ,dalla sua uscita ( 22 gennaio 2007) , ha diviso il pubblico e i fan dei GDM in due parti.
I nostri recensori si sono immedesimati nelle parti, hanno analizzato i contenuti cercando di dare risposta alle scelte del pubblico indipendente. Buona lettura.

Recensione di Clode
Sono passati quattro anni da Punk…not diet, e finalmente arriva l’ultimo cd dei post rocker reggiani. E’ un album che si vuole presentare come impegnato in tutti i fronti ( e si vede già dalla copertina che rimanda agli scontri avvenuti a Reggio Emilia nel 1960 quando furono uccisi 5 operai dalla polizia durante una manifestazione): da quanto hanno affermato i musicisti stessi non si può essere insensibile a ciò che ci accade intorno, non vale più la regola del chi fa musica resti solo nell’ambito della musica. E da qui il titolo, Dividing opinions: opinioni che dividono, in tutti i campi. Come sembra si sia diviso il pubblico del gruppo riguardo questo nuovo lavoro.
Certo, ci sono novità che saltano subito all’orecchio di chi ha già provato su pelle le sonorità dei giardini di mirò: innanzitutto risulta più cantato. Si sono già sprecate tante parole a riguardo all’uso delle voci, ma devo dire che il risultato delle prove di “punk…not diet” non delude, parti vocali forse un tantino abbondanti per chi è abituato allo strumentale avvolgente, ma tutto sommato ben bilanciato col resto. Ovvio. è una voce tipica della scena indie, un poco stonata, ma a cui quasi non ci si fa caso.
E poi sfumature più rock:già dal primo pezzo, che scuote quasi come per risvegliarti da un lungo silenzio, mantenendo il tono con Cold perfection con una seconda parte che esplode in elettronica e anche se ho sentito alcuni preferire la batteria pura e semplice questa è perfetta: raggela e ti fa sentire dentro un quadro di Hopper, ti immerge in un inverno gelido notturno e innevato.
Per chi è fan d’annata noterà sicuramente July’s stripes ,pezzo che richiama molto i lavori precedenti; in particolare quelli di “Rise and fall of academic drifting”, un esplosione di malinconia e romanticismo.
Poi si passa ai due ( a mio parere) pezzi forti dell’album: Spectral woman, una ballata perfetta per un ipotetico nuovo singolo; e “Broken by” : primo singolo che già dalla prima volta che lo ascolti ti rimane dentro e ti lascia un sapore amaro, come se ti mancasse qualcosa, come se qualcosa dentro si fosse spezzato. È l’apice dell’album.
Si torna poi un poco in calare con Clairvoyance, dai toni soffusi dove ancora abbonda l’elettronica e i violini, e ti perdi nella voce suadente di Kaye Brewest, anche se nella seconda parte perde un poco della sua dolcezza. Sicuramente un altro grande pezzo che fa tornare alla mente Last act in Baires di Punk…not diet, almeno per il brivido che ti corre appena senti cantare.
Per finire con Petit Treason, ancora una volta prova cantata per i reggiani che dopo un inizio nel loro stile caricano sul ritmo e Donadello alla batteria da mostra di sé.Chiusura in cerchio per il cd riprendendo la strofa di apertura di Dividing opinions.
Certo, questo è sicuramente un buon cd, anche dal punto di vista dei suoni; in ogni caso per chi non li conoscesse ancora è meglio che prima ascolti Punk..not diet, dove emerge la vera natura dei giardini. È stato il loro album più riuscito,a mio parere.
Per concludere la mia opinione è che non si può pretendere che un gruppo rimanga ancorato ai suoi di inizio carriera, soprattutto se per come loro, calca i palchi già da dieci anni. E nonostante le dividing opinions a riguardo dell’ultima produzione nulla ci vieta di affermare con certezza che i Giardini sono la colonna portante della scena post rock italiana.

Recensione di Andrés Montenegro
Il nuovo lavoro dei Giardini Di Mirò esce a quattro anni di distanza dal precedente Punk… Not Diet! che riscosse al tempo molteplici apprezzamenti soprattutto dal pubblico di nicchia della cosiddetta scena indipendente italiana.
Dividing Opinions è il titolo del disco del gruppo reggiano che pare dirigersi verso soluzioni melodiche più “pop” (ma non fatevi ingannare da questo termine); soluzioni melodiche che valorizzano in maniera netta i riff di chitarra che hanno da sempre contraddistinto il sound della band di Reggio Emilia.
L’album si apre con il pezzo che da il titolo all’album: dividing opinione, una barriera di suoni distorti abbastanza insolita rispetto alle precedenti canzoni che sembra dare l’idea di un cambio di stile, di una virata della band verso qualcosa di più grezzo; invece con la seconda canzone, cold perfection, ecco un esempio dei vecchi Giardini Di Mirò che tutti conosciamo: i classici “giri post rock all’italiana” prendono campo ed entrano in circolo in maniera decisa a una velocità di esecuzione comunque maggiore rispetto alle abituali ballate del passato, fino ad arrivare al finale del pezzo dove entra l’essere etereo del gruppo con un inserimento di elettronica soffiata e chitarre malinconico paranoiche sfregate con sonnolenza degne di “Punk… Not Diet!”.
La terza traccia, embers, è quella che mi lascia più stupefatto (direi in maniera piuttosto negativa) dove “sento” arrivare sonorità paragonabili a quelle di un’altra band della cosiddetta scena indipendente italiana: gli Yuppie Flu… una canzone che appare senza capo né cosa, una leggera virata verso un qualcosa che non si riesce a capire bene… le chitarre reggono bene l’urto del cambiamento ma sembrano comunque inespresse fino ad arrivare al solo finale “monocorda” piuttosto frettoloso che sa molto di minestrina riscaldata.
Con la quarta canzone si torna a qualcosa di più ricercato (anche se usare questa parol appare forse eccessivo): july’s stripes riporta l’ascoltatore a velocità moderate, chitarre essenziali, piccole pause e un accattivante violino nella parte introduttiva… nel corpo centrale del pezzo ecco un cambio di tensione… tensione che si alza ed esplode dando una sensazione di trovarsi nel mezzo di una situazione caotica e ben poco gestibile; sicuramente uno dei pezzi che più mi ha impressionato positivamente di questo disco.
Specatral woman è la quinta traccia dell’album e molto aficionados della band saranno a conoscenza quantomeno del riff iniziale che per diversi mesi ha dato suono al sito web ufficiale della band: una malinconica ballata, molto semplice ma apprezzabile da ascoltare in una domenica pomeriggio dopo pranzo.
La sesta canzone intitolata broken by è un pezzo che potrebbe piacere ai molti “amici dei giardini”, un pezzo carino che comunque rimane sempre sull’onda solita dei precedenti, quantomeno per la ritmica e le chitarre, che con l’andare avanti del disco cominciano a risultare un po’ troppo ripetitive…
Clairvoyance, settima traccia… si apre con un battito di cuore amplificato e un cantato femminile che probabilmente nelle intenzioni voleva risultare soave ma che appare piuttosto greve, comunque apprezzabile: un pezzo di buona fattura, chitarra acustica a reggere il tutto e base elettronica, anche in questo caso soffiata, violini accennati e sonnolenti (nel senso positivo del termine).
Self Help mi riporta a qualcosa del primo lavoro dei Giardini Di Mirò e addirittura a qualcosa dei Songs:Ohia di Jason Molina… una ballata carina a metà, forse un po’ annoiante…
Il disco si chiude con la nona e ultima canzone: Petit Treason irradia suoni pre-registrati elettronici o d’ambiente… con una leggerissima voce soffocata e plasticosa (bella idea comunque)… il pezzo prende piede poi con l’entrata in campo della ritmica e delle chitarre sempre più essenziali ma un po’ troppo monocorda in certi momenti… una canzone che comunque risulta gradevole e chiude l’album con sensazioni di non troppo entusiasmo…
Non riesco a capire se i Giardini Di Mitò volessero svoltare verso qualcosa di diverso… se così fosse l’intenzione è riuscita per metà… e fallita per metà… un disco comunque abbastanza gradevole che non credo possa essere salvato nei migliori sfoderati dal gruppo reggiano.
Questione di gusti… a mio modesto parere i Giardini Di Mirò in questo album non danno una gran scossa emotiva… un disco che sento abbastanza freddo e probabilmente incompleto… sarà un momento di passaggio?


Speedball – “Throw your dices”
12 Maggio 2007, 23:18
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Primo demo per questo quartetto piacentino che è già sulle scene della provincia da qualche tempo e che quindi hanno già avuto modo di farsi conoscere.

Devo dire che la prima cosa che ho pensato quando ho acceso lo stereo è stato: oh, un ritorno al rock’n'roll degli stray cats…senza contrabbasso però.

Rockabilly rumble è sfiziosa e divertente col suo ahahah ripetuto dalla baldanzosa voce dello Stè, e Bikini dream è il loro “pezzo forte”, canzone romantica sempre sui toni sixties che insieme al sopra citato è il più riuscito del demo.

In finale la canzone nascosta, un simpatico medley che parte col ballo del mattone. Da ballare tutto, soprattutto durante un live. Anche se risulta alquanto incerto soprattutto nelle chitarre, anche il basso a volte sembra perdere il giro e non riuscire a stare a passo con gli altri strumenti .

Però, è c’è un però, nonostante questi ragazzi abbiano buone idee, ancora devono riuscire a metterle in pratica al meglio. Le voci risultano spesso fin troppo acute e strozzate; in Obsession addirittura al limite dell’isicurezza, così come le doppie voci piuttosto invadenti. Potevano metterci più grinta in questo pezzo, perché lo meritava.

Buono l’inizio di I love you little betty boop, ma poi la voce sovrasta troppo batterie e chitarra, troppo pulita per questo grezzo rockabilly, il giro di basso buono, ma si perde durante l’assolo in sottofondo. Si sente la mancanza di una voce più rude , insomma una voce da fumatore che fa sempre vintage. Oppure qualcosa di più Elvis, meno strozzato. Insomma l’imperativo dovrebbe essere: sistemiamo la voce prima di tutto. E più decisione, non deve suonare soltanto piacevole da sentire in sottofondo, deve darti una bella scossa. Non basta rifarsi solo sui live, sempre apprezzati comunque.

In conclusione, 5 pezzi tutti sui 2 minuti andanti, buona cosa per questa musica che non ha troppe pretese, che vuole essere un divertimento prima di tutto. Tanta strada da fare, per dei ragazzi con delle idee in testa che non sono il solito punk rock tanto in voga nella Piacenza emergente , ma che tuttavia non riescono ad uscire dalla spirale del già sentito. Speriamo i prossimi lavori diano quel tocco di colore e originalità in più che non guasta.

Clode


Noema – “s/t”
12 Maggio 2007, 23:07
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Noema, uno di quei nomi che non gira poi tanto spesso nel Piacentino, e non se ne capisce bene il perché. Che preferiscano rimanere “nell’ombra” o magari rivolgersi ad altre piazze? Fatto sta che hanno rilasciato questo promo (marzo 2006) di cui vado a parlarvi.

Il demo, di soli tre pezzi, si apre alla grande con In Your Brain che ci sputa in faccia cattiveria e voglia di spaccare con un tipico fraseggio di matrice Audioslave che mette subito le cose in chiaro: i Noema non hanno tempo da perdere in arrangiamenti complicati o soluzione particolarmente ricercate, a favore di un’immediatezza che, nel loro caso, paga. La voce di Elisa si staglia su una strofa dal sapore funky (peccato che i suoni di basso e chitarre rimandino a tutto meno che a questo) e guida l’incedere del pezzo che sfocia nell’efficacissimo refrain che chiude quello che, a tutti gli effetti, si dimostra come l’episodio meglio riuscito del disco.

Aptitude, secondo brano della tracklist, parte con sbilenche atmosfere di chitarra che disegnano con toni scuri il percorso sul quale Elisa dimostra di saperci fare anche con un mood più soffuso. Il ritornello rimanda con forza ai Guano Apes ma sfortunatamente non risulta particolarmente efficace e non rimane impresso nonostante l’aggressività profusa dall’ensemble. Un pezzo che non ricorderemo. E’ evidente che i Noema hanno tenuto il meglio per ultimo e le chitarre acustiche di Slowly non tradiscono le aspettative. L’ultima traccia è l’ennesima conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che le idee e l’energia non mancano ai Noema, che devono però smussare ancora qualche angolo in fase compositiva e uniformare il muro di suono che sostiene le linee vocali.

Un discorso a parte merita la produzione del promo in questione, registrato all’Elfo Studio, ben noto ai musicisti piacentini. L’impatto iniziale è decisamente positivo, c’è compattezza nel mix, benché le chitarre distorte che siamo abituate a sentire in dischi del genere siano lontani anni luce dalla pastosità di queste..scelta o necessità? Il basso, sempre molto presente, è la nota stonata di questa produzione, non dialoga come dovrebbe con la cassa e non avvolge il panorama stereofonico quando ce ne sarebbe veramente bisogno (vedi la strofa di In your Brain). La batteria è buona anche se sempre un po’ indietro, mentre la voce è fuori quanto basta per apprezzarne tutte le piacevoli sfumature ed è ripresa veramente molto bene.

Tirando le somme, un master di tutto rispetto per l’entità della pubblicazione, che non ha nessuna pretesa se non quella di rappresentare i Noema e la loro proposta, in attesa di un disco vero e proprio. E magari di qualche live in più.

 
Cristiano Sanzeri - ego_drama@libero.it